Ape russa

Fra i vari casi di api tolleranti alla varroa (che magari illustrerò in alcuni dei prossimi post), oggi vi parlo dell’ape russa.

L’ape russa contiene tratti genetici sia dell’ape italiana che di quella carnica; si tratta di un’ape scura con l’addome nero ed il pelo grigio. Essa discende dalla apis mellifera originaria della regione Primorsky Krai in Russia.

Come sappiamo, le più grandi frustrazioni quando si inizia ad allevare api consistono nelle perdite invernali e nei trattamenti per contenere varroa ed acariosi. Ebbene l’ape russa è estremamente attrezzata ad affrontare questi problemi, poiché questa specie è riuscita a sopravvivere autonomamente per centinaia di anni.

Questo articolo non ha lo scopo di incitare i lettori ad acquistare ed importare api russe, bensì quello di farci riflettere sui caratteri genetici positivi delle api.

Questi caratteri (come il comportamento igienico) possono essere selezionati e perpetrati nelle generazioni future delle api che verranno. Anziché cimentarci in una lotta chimica senza frontiere (non facendo altro che peggiorare la situazione), forse sarebbe bene prendersi un attimo e lasciar fare alla natura il proprio mestiere.

Se le api russe (e non solo loro, come vedremo nei prossimi articoli) in natura sono riuscite a sviluppare una buona tolleranza alla varroa e a sopravvivere, certamente è possibile che anche altre specie di api (come la nostra ape ligustica) possano farlo.

Ma ora torniamo all’ape russa ed alle sue interessanti caratteristiche.

Generalmente il costo delle regine russe è più alto, ma considerando l’alto tasso di sopravvivenza ed il risparmio in merito ai trattamenti chimici, generalmente sono ritenute regine di grande valore. Il comportamento igienico di queste api è molto tempestivo, così come la loro resistenza all’acariosi. Le produzioni di miele sono discrete, sopportano bene l’inverno e sono piuttosto docili.

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CARATTERISTICHE SPECIFICHE:

L’introduzione della regina risulta piuttosto complicata. Sebbene sia possibile inserire una regina russa all’interno di una famiglia appartenente ad un’altra specie, è bene considerare che occorre parecchio tempo per l’accettazione (normalmente circa una settimana). Il modo migliore per inserirle è servirsi di un piccolo nucleo, ma al momento dell’apertura della gabbietta è importante monitorare la reazione delle altre api.

Se il nucleo di introduzione è formato da api russe, la pratica risulta più rapida (3-4 giorni prima di aprire la gabbietta).

La ripresa primaverile è piuttosto insolita, in quanto tendono ad invernare con un piccolo glomere (generalmente 3-4 o addirittura 2-3 telaini), dando l’impressione all’apicoltore di una colonia che stia per cedere al gelo dell’inverno.

In realtà l’ape russa inverna ottimamente, utilizza le scorte in maniera molto parsimoniosa ed efficiente, per poi esplodere durante la primavera con una fortissima deposizione di uova. Questa caratteristica rende l’ape russa particolarmente portata alla sciamatura.

La sciamatura appunto è un grande punto debole di questa specie (almeno dal punto di vista dell’apicoltore), la tendenza infatti è molto più alta rispetto all’italiana o alla carnica. Con un buon flusso di nettare e polline, l’ape russa può “sfornare” fino a 2.500 operaie al giorno. Apicoltori abituati ad allevare api italiane potrebbero sottovalutare questa tendenza e ritrovarsi con le api sciamate senza aver avuto il tempo di intervenire.

È importante sapere inoltre che se la regina non trova più spazio per deporre la covata, essa sciama senza attendere la costruzione delle celle da regina in quanto l’ape russa ne costruisce sempre di riserva.

Una delle caratteristiche più curiose di questa specie è che costruisce costantemente (e mantiene) celle da regina di riserva. Queste api continuano a costruire celle da regina durante tutta la stagione, anche con la regina in piena attività. Nonostante sia un comportamento insolito per le api mellifere, in realtà ciò rappresenta probabilmente un buon tratto genetico legato alla sopravvivenza. Se l’alveare infatti dovesse perdere la regina, altre celle reali saranno già pronte per sostituire la vecchia regina in 1-3 giorni.

Per poter individuare i segnali della sciamatura quindi si lasciano stare le celle da regina e ci si concentra nell’esaminare le celle di covata, poiché quando intende sciamare, la regina vecchia cessa di deporre uova.

Le celle da regina di riserva vengono quindi gestite dalle operaie in totale autonomia (qualora non ci fosse bisogno di una sostituzione, esse provvedono ad impedire la maturazione delle nuove regine).

Il comportamento igienico di questa specie contribuisce largamente al benessere della colonia. Studi in laboratorio hanno dimostrato una maggiore efficacia nella lotta ai parassiti (le varroe individuate sul fondo delle arnie di api russe, presentavano zampe staccate e segni di morsi), così come sono stati riportati numerosi casi di “grooming“.

Le api russe non sono immuni alla varroa, ma hanno sviluppato una buona resistenza dopo anni di esposizione al parassita senza subire trattamenti chimici.

La resistenza all’acariosi di queste api è eccellente. In una colonia contagiata è stata rilevata un’ape con acariosi ogni 30-50.

Anche la resistenza al nosema è eccezionale.

L’Aethina tumida ha grosse difficoltà a proliferare negli alveari di api russe. Le api infatti si sono dimostrate particolarmente aggressive nei confronti delle larve; pur avendo difficoltà nel gestire i coleotteri adulti, si adopera per estrarre le larve dal favo e gettarle fuori dal nido.

La deposizione della regina si interrompe quando il flusso di polline immagazzinato viene interrotto. Generalmente con le nostre api quando la deposizione si interrompe, la regina viene sostituita. Con le regine russe è bene attendere e controllare se la deposizione riparte non appena il flusso di polline torna ad essere disponibile.

Nel prossimo articolo parlerò di come l’approccio di un apicoltore francese sia riuscito a sconvolgere ciò che si era sempre pensato sulla lotta alla varroa.

A presto!

 

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0 Replies to “Ape russa

    1. Ciao Aldo!
      Vorrei premettere che lo scopo principale dell’articolo è quello di far riflettere sul fatto che sia possibile (lasciando fare alla natura) andare verso una maggiore tolleranza delle nostre api (ligustica, carnica o sicula) nei confronti della varroa.
      Le qualità delle nostre api ed in particolare della ligustica sono ampiamente riconosciute a livello mondiale, ma per qualche strano motivo siamo proprio noi italiani a non volerle tutelare.
      Personalmente mi sento quindi di scoraggiare l’utilizzo di ceppi di api non locali o di ibridi, come ad esempio le famose buckfast, perché minacciano la biodiversità e impoveriscono ulteriormente il patrimonio genetico delle nostre api.

  1. Quello che dicono loro non. Ci risulta perche proveb fatte da.diversi anni sono morte tutte di varroa perche non riescono a ripulirsi…un consiglio perche e campa vano ne avevo 200 …noi bisogna mangiaee il miele senza v eleno

    1. Grazie per la risposta! Se ti riferisci all’ape russa che viene descritta in questo articolo credo sia difficile che l’abbiate recuperata sotto forma di sciame tramite i vigili del fuoco in Toscana.

      Se invece parli della possibilità delle “nostre” api di imparare a convivere con il parassita varroa posso confermarti che ancora non siamo arrivati a quel punto.

      Occorre molto tempo per arrivare ad un equilibrio stabile ospite-parassita per cui ciò che possiamo fare nel frattempo è continuare a tenere sotto controllo la varroa e stabilire la nostra strategia di selezione per favorire le famiglie che più sembrano predisposte alla sopravvivenza.

      Questo ovviamente è il mio pensiero.

  2. Dato che sono a 40 anni di esperienza e ancora non siamo arrivati a niente prima si smette di vecchiaia vorrei avere a fortuna di avere una regino pprimoachi..fhe non si ammali di varroa..fammi sapere distinti saluti

    1. Ciao Ciro, se ho capito bene vorresti acquistare una regina russa.
      Mi dispiace ma non posso aiutarti in questo perché non credo sia una buona idea importare insetti che non appartengono al nostro ecosistema; anzi, è proprio per via di un atteggiamento come questo che la varroa è arrivata fino a noi.

      Oltretutto portare una regina proveniente da una situazione ambientale e climatica totalmente differente dalla nostra non ci garantisce che le cose funzionino allo stesso modo.

      È un po’ come se un meccanico di rally preparasse l’assetto della macchina per farla correre sull’asfalto e noi poi prendessimo la stessa macchina per andarci a correre sulla neve.
      I risultati sarebbero a dir poco deludenti.

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