Cera d’api e paraffina: un approfondimento. Terza parte.

Adesso veniamo alla campionessa di casa, la cera d’api, che ha un rapporto di amicizia millenario con l’essere umano. Ripartiamo ed approfondiamo alcuni aspetti di base.             

Se siete capitati su questo articolo senza aver letto le parti precedenti, ve le linko qui: parte prima e parte seconda.

Che cosa è la cera d’api?

La cera d’api […] è una sostanza interamente di origine animale, che le api producono come materiale da costruzione. Si tratta di una sostanza grassa, secreta dalle api operaie di età compresa fra i 10 e i 18 giorni. [1]

Viene prodotta dalle ghiandole poste nell’addome in forma di goccioline: queste si solidificano, vengono prese dalle zampe delle api e lavorate con la bocca con l’aggiunta di polline e propoli, per poi essere posizionate dove necessario.

Per costruire un favo di cera di approssimativamente 100 gr, che contiene più o meno 8.000 cellette, sono necessarie circa 125.00 scaglie. Per ottenere un favo di medie dimensioni, del peso di circa 1.250 gr e composto da 100.000 cellette, le api hanno bisogno di consumare ben 7,5 kg di miele.[2] Facendo le dovute somme, per produrre un grammo di cera servono mediamente dai 7 ai 10 grammi di miele, il che rende la cera un prodotto abbastanza “costoso” per le api. Approfondiremo questo aspetto un po’ più avanti, non temete.

Le api iniziano a costruire partendo dall’alto del nido ma non procedono uniformemente verso il basso per tutta la grandezza del nido. Pensate ad un muratore: per costruire un muro parte dal basso, pone la prima fila di mattoni, aggiunge la malta, poi la seconda fila di mattoni e così via. Le api adottano uno stratagemma del tutto diverso.

Iniziano a formare dei piccoli favi separati, come quelli nella foto qui sopra, che verranno poi uniti successivamente, dando forma così ad un unico grande favo. Un po’ come se il muratore costruisse un pezzo di muro per volta, per poi unire tutto assieme in un secondo momento!
In natura, l’intero favo ha una forma rotondeggiante, detta comunemente a goccia, e non rettangolare come all’interno dell’arnia comunemente usata in apicoltura.

Infatti l’apicoltore generalmente cerca di non lasciare che le proprie api costruiscano in autonomia i favi del nido. Preferisce dare loro i cosiddetti fogli cerei. Altro non sono che dei laminati di cera d’api su cui sono state prestampate degli abbozzi di cella esagonale. Vengono inseriti nel telaino di legno, il quale a sua volta si inserisce nel nido o nel melario (in questo caso è grande la metà rispetto a quello in fotografia). All’interno delle anie che usiamo Luca ed io possiamo inserire fino a 10 telaini, sia per il nido che per il melario.

Cosa fanno le api con il foglio cereo? Quando hanno bisogno di nuove cellette, riscaldano i bordi delle bozze esagonali e, letteralmente, “tirano la cera”. La allungano affinché raggiunga la grandezza desiderata. In poche parole, non hanno bisogno di produrre cera perché l’apicoltore gliel’ha già fornita con i fogli.
Vi ricordate di quanto miele serve per produrre un solo grammo di cera? Ve lo ripeto:  dai 7 ai 10 grammi. Pensando in chili: dai 7 ai 10 kg di miele per un kg di cera. Cercando di pensare in termini economici dal punto divista dell’apicoltore che fa dei prodotti apistici il suo reddito: sono fino a 10 kg in meno di miele da poter invasettare e rivendere.

Sia che provenga direttamente dall’ape o che sia stata impiantata nell’arnia, la cera ed il favo non sono soltanto un materiale da costruizione ed un magazzino destinato allo stoccaggio di miele o propoli, ma svolgono anche altre funzioni di vitale importanza per l’intero alveare.
Il favo è la “nursery” di tutte le api, siano esse operaie, regine o fuchi: all’interno delle celle vengono depositate le larve da parte della Regina e vi rimarranno fino alla fine della gestazione.
Sono entrambi un’autostrada di informazioni: la cera ritrasmette le vibrazioni causate dal continuo camminamento delle api sul favo, permettendo quindi all’intero alveare di rimanere costantemente aggiornato anche al buio. Assorbe anche i segnali chimici emessi, i quali sono parte del linguaggio utilizzato da tutta la famiglia per scambiarsi informazioni.

Un concetto molto importante che dobbiamo tenere in mente è la capacità assorbente della cera: è una sostanza grassa dalle proprietà lipofile che, oltre ad acquisire i feromoni prodotti dall’alveare, è anche in grado di inglobare molte altre sostanze che reagiscono bene con i grassi. E’ così brava a mangiarsi queste sostanze che non se ne libera più: una volta al suo interno non potranno essere più estratte, rimarranno lì per molto tempo senza degradarsi, anche se viene lavorata, sciolta ed unita ad altri blocchi di cera. Si potrebbe quasi dire che, se volessimo esaminare la cera di una nostra arnia, si potrebbe quasi scrivere la sua storia in base alle molecole ritrovate al suo interno.

Non si sta forse insinuando nella vostra mente un pensiero ben preciso?
Provo a mettervelo per iscritto: e se durante l’analisi di questa cera trovassimo delle sostanze indesiderate? Degli inquinanti?

Negli ultimi 30 anni sono usciti numerosi studi riguardanti questo tema che avevano non soltanto lo scopo di preservare l’integrità della vita all’interno dell’arnia, ma anche di proteggere l’uomo dall’esposizione a sostanze indesiderate con l’assunzione dei prodotti dell’alveare. Cercando di riassumere quanto riportato dagli studi scientifici, si può tranquillamente affermare che è l’apicoltore il maggior apportatore di agenti inquinanti all’interno dell’arnia. Sembra un’affermazione del tutto scontata, ma vediamo di approfondirla comunque.

Dagli anni ’80 l’apicoltura è stata flagellata da un parassita chiamato varroa, piccolo ma decisamente letale. Ogni apicoltore sa che deve fare quelli che nell’ambiente chiamiamo “trattamenti”, cioè deve immettere all’interno delle proprie arnie alcune sostanze che hanno la funzione di limitare il numero di parassiti presenti, pena il collasso dell’intera famiglia nei casi di infestazione più gravi. L’apicoltore decide quali prodotti utilizzare a seconda dei principi attivi scelti, che possono essere sintetici o organici.
Il dito accusatorio è puntato proprio sui primi: quelli più utilizzati sono lipofili e, come dicevamo prima, si legano con la cera. Volendo chiamarne alcuni per nome, sto parlando di coumaphos, fluvalinate, flumetrina e paradichlorobenzene.
In uno studio del Centro svizzero di ricerche apicole di Liebefeld-Berna iniziato nel 1991 sono stati esaminati campioni di cera alla ricerca di alcuni dei suddetti principi attivi acaricidi.E’ interessante vedere come il bromopopilate, che è stato vietato in Svizzera nel 1991, continui ad essere presente all’interno della cera fino a 10 anni dopo, sebbene in quantità decrescenti. Questo accade perché la cera viene sempre riciclata: come dicevamo poco fa, anche se la lavoriamo, la sciogliamo e la uniamo ad altra cera, le sostanze rimarranno presenti e non si degraderanno in alcun modo. Diluite, ma comunque presenti fino a scomparire lentamente nel giro di più di 10 anni.
Prima del 1992 il fluvalinate non era rilevabile, mentre da quell’anno in poi è entrato nel mercato dei prodotti acaricidi e sono iniziate le rilevazioni.
Il paradichlorobenzene è il principio attivo che serve per contrastare la tarma della cera, che attacca i favi di covata fino a distruggerli del tutto. Come potete vedere ne è stato fatto un uso massiccio.
E’ ovvio che più trattamenti vengono effettuati durante l’anno, più queste sostanze saranno presenti all’interno della cera. Le api le trasportano ovunque nell’arnia, in quanto il loro stesso corpo è ricoperto da un sottilissimo strato di cera, e finiscono per contaminare anche la cera vergine e la propoli.
Alcune di esse possono anche trasmettersi nel miele, anche se non dovrebbero causare danni all’uomo, a meno che non vengano ingeriti anche attraverso altri cibi in dosi più grandi e se considerate separatamente. Lo studio “Residues in Beeswax: A Health Risk for the Consumer of Honey and Beeswax?”, di cui troverete il link più sotto, ha approfondito la questione ed invita con urgenza le autorità europee a prendere in considerazione l’applicazione di quantità massime ammesse all’interno di miele e cera d’api.

Si parla in media di una contaminazione di acaricidi nella cera d’api che va dagli 0.5 ai 10 milligrammi per chilo. Ribadiamo che ad ora non esiste nessuna legislazione europea o nazionale che fissi dei quantitativi massimi per questi contaminanti, ad eccezione fatta per quanto stabilito per la cera biologica:

Somma dei residui totali dei 5 principi attivi (coumaphos, fluvalinate, Clorfenvinphos, cimiazolo, amitraz): ≤ 0,30, con le seguenti limitazioni: Coumaphos:≤ 0,20
Fluvalinate: ≤ 0,10
Clorfenvinphos ≤ 0,010 [3]

Quel che la comunità scientifica consiglia agli apicoltori è di cessare l’uso di principi attivi sintetici lipofili, per passare all’uso di acidi organici, quali l’acido formico e quello ossalico. Non fatevi spaventare dalla parola acido! Sono già naturalmente presenti del miele, non si disciolgono nella cera e gli studi hanno dimostrato che i livelli residuali rientrano comunque nelle naturali variazioni di percentuale questi acidi. Anche il timolo, che prende il nome dalla pianta del timo dentro la quale è largamente presente, viene usato per questi stessi scopi.

 

Vi ricordate quando più sopra vi parlavo dei fogli cerei? Prima di concludere questo articolo, voglio parlarvi di un altro problema che affligge la nostra cara cera d’api e che la mette in relazione anche con la sfidante trattata nella seconda parte di questo approfondimento, la paraffina.
Riprendendo quanto affermato all’inizio dell’articolo: l’apicoltore contemporaneo preferisce usare fogli cerei prefabbricati, nella maggior parte acquistati presso cererie specializzate o rivenditori. La cera è il secondo prodotto dell’alveare per importanza, ovviamente dopo il miele. Una larghissima fetta viene riciclata e riutilizzata all’interno degli alveari, la rimanente parte viene destinata alle produzioni cosmetiche ed alimentari. Ce n’è un bisogno sempre più crescente: ragionando in economia spicciola, negli anni si è creato un enorme gap tra quanto richiesto dalla domanda e quanto proposto dall’offerta, con un conseguente incremento dei prezzi.
E’ qui che sono entrati in gioco i furbetti del quartierino, perdonatemi la citazione. C’è chi ha pensato di immettere nel mercato cera allungata con paraffina, acido stereatico, acido palmitico, sego ed altri prodotti.

La contraffazione della cera d’api utilizzata per i fogli cerei è un problema a cui tutti gli apicoltori dovrebbero porre massima attenzione. Immettendo nell’arnia fogli contaminati da altre cere si causano problemi quali morte della covata, problemi nel passaggio di informazioni (ricordate che i favi sono l’autostrada della comunicazione tra le api?), diminuizione nella produzione del miele, contaminazione di questo stesso con i residui aromatici della paraffina e così via.
Basta uno sguardo per vedere subito che le api non hanno ben costruito il favo partendo dal foglio cereo, hanno morsicchiato gran parte del fondo, la Regina non ha depositato le proprie uova in maniera regolare. Non è un’indicazione di certa contaminazione, ma dovrebbe farci sollevare le sopracciglia.

Così come succede per gli acaricidi anche le altre cere, una volta immesse all’interno del circolo non potranno essere separate da quella d’api. Rimarranno sempre presenti, si diffonderanno e, nel caso si prendessero seri provvedimenti, si diluiranno fino a scomparire.

Nel 2016 un gruppo di apicoltori, grazie all’aiuto dell’AP.AS Campania (Apicoltori Associati Campania), ha fatto analizzare la cera acquistata e che in fase di utilizzo aveva dato alcuni dei problemi sopra elencati, ed ha scoperto quanto segue:

Acido steratico: 6.4%
Idrocarburi di paraffina: 44.1%
Contaminanti chimici: propargite 677 PPB e flavulinate 942 PPB [4]

I 10 quintali di cera acquistati da questi apicoltori sono stati eliminati, assieme a quelli già inseriti all’interno delle arnie. Un danno economico grandissimo, se lo si vede anche in unione alla scarsissima quantità di miele prodotta quell’anno per via dell’ondata di siccità.

Così è accaduto anche in Toscana nel 2017, quando un apicoltore ha consegnato all’ARPAT (Associazione Regionale Produttori Apistici Toscani) dei fogli che, una volta dati in lavorazione alle sue amiche, sono diventati di un pallido colore rosso dopo qualche giorno. Contenevano ben il 40% di idrocarburi di paraffina e purtroppo non si è scoperta la causa di questo cambio di colore. Ovviamente le api non si sono nemmeno sognate di lavorare quella cera!

La cera rossa trovata in Toscana.[5]

Quali sono i metodi applicati per contrastare questo fenomeno? Dobbiamo ammettere che siamo sempre un passo indietro rispetto ai sopracitati furbetti. Ad oggi non ci sono ancora metodi analitici standardizzati per il controllo dell’autenticità della cera d’api: associazioni, università, centri di ricerca ed altri soggetti che operano all’interno del mondo dell’apicoltura stanno premendo continuamente affinché si riesca a mettere a punto un sistema omogeneo che ci permetta di controllare in anticipo queste adulterazioni.

Uno dei metodi più sicuri per la determinazione di una contaminazione con sostanze estranee è la gascromatografia, la quale ci permette di determinare i vari componenti della sostanza analizzata. In alcuni casi si usano altre tipologie di esami quali la spettrometria di massa, talvolta anche con la spettrometria infrarossa in riflettanza totale attenuata, la quale permette la rilevazione di un minimo del 5% di paraffina, cera microcristallina e sego e di 0.5% di acido stereatico.

Nella parte finale cercherò di trarre le mie personali conclusioni in merito a questi approfondimenti, apportando altri dati e casi accaduti in Italia ed in Europa negli ultimi anni.

Vi linko alcuni degli articoli che mi sono stati utili per la stesura di questo articolo, nel caso foste interessati a verificare ed approfondire le fonti.
Klaus Wallner – Varroacides and their residues in bee products
Stefan Bogdanov – Beeswax: production, properties, composition and control
Stefan Bogdanov – Contaminants of bee product
Stefan Bogdanov – Quality issues today
Residues in Beeswax: A Health Risk for the Consumer of Honey and Beeswax?

Apprezzerei molto vostri commenti ed opinioni riguardanti questo tema! Usate il box dedicato ai commenti per farmi sapere cosa ne pensate. Iscrivetevi al blog o alle nostre pagine Facebook ed Istagram per avere sempre aggiornamenti in tempo reale!

A presto!

Silvia

 

 


Ps: Nel caso rilevaste errori o imprecisioni all’interno di questo articolo, vi prego di segnalarmele con un commento o una email a silvia@vitaminabee.it
Altre fonti:
[1] Le Api di Alberto Contessi, pg 489.
[2] Le Api di Alberto Contessi, pg 94.
[3] RT-16 rev.04 – Prescrizioni per l’accreditamento degli Organismi che rilasciano dichiarazioni di conformità di processi e prodotti agricoli e derrate alimentari biologici ai sensi del Regolamento CE n. 834/2007 e sue successive integrazioni e modifiche.
[4] [5] Dossier “Cera una volta” supplemento nr 3 al nr 9/2017 di L’Apis. PPB: parti per miliardo
Condividi l'articolo:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *