De Apibus

Continua la rubrica di cultura e letteratura apistica con un estratto dal libro IV delle Georgiche di Publio Virgilio Marone, nel quale il poeta dettagliatamente descrive la società delle api.

È interessante notare come in molti scritti antichi fosse uso comune considerare l’ape regina come fosse un re.

Fu infatti il biologo ed entomologo olandese Jan Swammerdam nel 1672 a provare al mondo intero che ciò che si credeva fosse il re all’interno dell’alveare, era in realtà una regina.

Descriverò le doti naturali che Giove, il padre degli dei, ha voluto donare alle api: infatti, le ha proprio ricompensate, perché, dopo aver esse uditi gli strepiti ed il frastuono dei Cureti, che percuotevano i loro bronzi, accorsero portando il loro prezioso alimento al piccolo re del cielo sotto l’antro ditteo.

Solo le api hanno figli in comune e le casette contigue, quasi a formare una città; trascorrono, ancora, la loro vita osservando leggi grandiose; sole, riconoscono un’unica patria ed hanno dimora fissa; consapevoli dell’arrivo dell’inverno, durante la stagione estiva lavorano indefessamente e ripongono a vantaggio di tutte quanto sono riuscite a racimolare.

Alcune di esse, col compito di raccogliere cibo, si dan da fare a cercarlo per i prati ed i campi. Altre, all’interno delle cellette, preparano una stilla di narciso ed un poco di glutine vischioso di corteccia come primi fondamenti dei favi, poi vi spalmano sopra un tipo di cera particolarmente resistente. Vi sono, ancora, quelle che fanno uscire la prole divenuta adulta, speranza della comunità. Altre, infine, ammassano miele dolcissimo e riempiono fino all’orlo le celle di nettare trasparente. Ce ne sono, poi, di quelle a cui è toccato in sorte la incombenza di far la guardia alle porte e che, dandosi il cambio, tengono d’occhio le acque e le nuvole del cielo; si occupano esse anche di raccogliere, se necessario, i fardelli delle api che stanno arrivando; tuttavia il loro impegno non si esaurisce qui, perché, ordinate una dietro l’altra, in fila, respingono i fuchi, bestie ignave, dalle mangiatoie. Il lavoro nella comunità delle api è continuo ed il miele flagrante profuma deliziosamente di timo… Una innata passione di lavorare e di possedere incalza le api Cecropie, ognuna delle quali sta disciplinatamente al suo posto, eseguendo con scrupolo il lavoro che deve portare a termine. Quelle più anziane fan da guardia alle celle, si preoccupano di munire i favi e di completare ad arte le loro dimore. Le più giovani, che rientrano spossate a notte fonda, hanno le zampine ricche di timo e, qua e là vagando, raccolgono dappertutto cibo, sui corbezzoli ed i salici, la cassia, lo zafferano rossiccio, il tiglio abbondante ed i giacinti turchini del color del ferro. Per tutte uno solo è il riposo dal lavoro, per tutte indistintamente una sola è la fatica: la mattina accorrono frettolose alle porte ed escono non indugiando per altri motivi; di nuovo, allorché l’approssimarsi della sera fa loro capire di doversi allontanare dalla campagna e dai pascoli per interrompere finalmente il rifornimento dei campi, allora si avviano verso i loro tetti ed è questo il momento in cui si occupano delle esigenze particolari del loro corpo. In quel momento si avverte intenso il ronzio ch’esse emettono davanti alle entrate ed intorno alle soglie d’ingresso delle loro case. Quando, finalmente, si sono raccolte nelle loro stanze e si sono adagiate nei loro letti, fanno silenzio per tutta la notte ed il meritato sonno s’impossessa delle loro stanche membra…

C’è, poi, un particolare e stupefacente comportamento che, all’interno della loro vita di comunità, le api seguono: non si lasciano andare ad accoppiamenti, non indeboliscono i loro corpi al servizio di Venere e neppure partoriscono i loro piccoli con sforzi e sofferenze; da sole raccolgono con la bocca i nati dalle foglie delle piante e dalle deliziose erbe odorose; e, sempre, loro rimpiazzano il re ed i piccoli Quiriti che formano e costituiscono la corde ed i reami di cera. Spesso, anche nello svolazzare, si spezzano le ali, andando a sbattere contro le dure rocce, lasciandovi la vita: tanto è l’amore ch’esse nutrono per i fiori, altrettanto è il vanto di produrre miele. Così, sebbene la loro esistenza in vita sia breve, infatti non va essa più in là della settima estate, tuttavia la specie non si estingue e la buona sorte resiste per molti anni, potendosi contare gli avi degli avi. Inoltre prestano ascolto al loro re fino a che egli è in vita… Possiedono tutte un pensiero comune e, una volta che lo hanno perduto, non si sentono più obbligate al patto di obbedienza, devastano e saccheggiano il miele ammucchiato e sfasciano la rete dei favi. Inoltre prestano ascolto al loro re fino a che egli è in vita…

Tuttavia, lui ancora vivo, controlla i lavori, e lo ammirano, gli stan tutte vicino con quel loro insistente e rumoroso ronzio, spesso poi se lo caricano sulle spalle e, in guerra, con i loro corpi gli fanno da scudo, combattendo furiosamente e cercando attraverso le ferite una gloriosa morte.

C’è stato chi, osservando e considerando simili comportamenti, ha sostenuto essere nelle api una parte della mente divina, in quanto che esse dimostrano di avere l’eterno respiro nell’etere…

Leggendo queste righe, sono rimasto impressionato non tanto dalle (se vogliamo anche piccole) inesattezze, quanto dalla grande quantità di informazioni che già a quel tempo avevamo sulle api e sul loro comportamento.

Mi fa venire voglia di acquistare altri libri storici sul mondo delle api, e purtroppo per il mio portafogli sembra esserci davvero l’imbarazzo della scelta!

Al prossimo appuntamento!

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