La donna è migliore in apicoltura rispetto all’uomo?

Più che una domanda, questa mi sembra una bomba pronta a scoppiare in qualsiasi momento! Prima di estrarre le vostre armi da guerra, fermatevi un attimo a riflettere bene sulla vostra risposta.

Forse avrete intuito nella saga “Cera d’Api VS Paraffina” che a me piace porre domande che sembrano risolversi in una risposta molto semplice ed immediata. Ad un’analisi più approfondita però, scoprirete che quello che supponevate fosse un quesito da poche parole non è che un grande tranello.
Torniamo alla domanda iniziale.

La donna è migliore in apicoltura rispetto all’uomo?


INIZIAMO DALLA FINE!

Se volete, potete dare subito il vostro contributo rispondendo al questionario
postato alla fine dell’articolo:

Questionario

Adesso procediamo con l’articolo.


DAI IN NUMERI?

Sì, do i numeri ma sono quelli statistici, perché quelli del lotto che mi danno in sogno tendo sempre a dimenticarli.
Secondo lo studio [1], portato avanti dalla Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation, de l’environnement et du travail (agenzia pubblica governativa francese), in Italia ci sono circa:

  • 1.270.000 colonie di ape;
  • 70.000 apicoltori;
  • una media di circa 16,1 colonie di api per apicoltori.

Di quei 70.000 apicoltori:

  1. il 10% circa sono apicoltori professionali;
  2. il 90% circa sono apicoltori non professionali.

percentuale apicoltori professionisti e non

Ho declinato la parola apicoltore al maschile per scelta, in quanto purtroppo non c’è dato sapere quanti di loro sono donne imprenditrici o comunque impiegate nel settore. Sarebbe bello vedere questo numero tra le varie statistiche dall’Istat (e se già fosse presente, fatemelo sapere nei commenti!), ma per il momento dobbiamo accontentarci di cifre generali.

Giusto per farvi capire, se guardiamo l’agricoltura troviamo risposte molto specifiche [2]:

  1. circa 219.990 imprenditrici agricole contro 546.266 imprenditori agricoli;
  2. per cui abbiamo il 28,7% di presenza femminile contro il 71,3% di quella maschile.

percentuale imprenditori uomini e donne

Nonostante il fatto che il settore apistico venga inserito all’interno del macroinsieme agricoltura negli schemi Istat, non sono riuscita a trovare quale siano le percentuali corrispondenti in apicoltura.

EDIT DEL 08/03/2019

E’ ironico far questo aggiornamento proprio oggi, durante la festa della donna! La Camera di Commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi pochi giorni fa ha pubblicato alcuni dati estremamente interessanti riguardanti l’apicoltura italiana e di come questa sia in crescita.

In particolare, ha rilasciato un importante dato sull’imprenditorialità femminile apistica:

Le donne pesano il 26% del settore in Italia con 1.472 imprese, su un totale italiano di 5.603.[7]

 

EDIT DEL 22/03/2019

Finalmente dei dati ufficiali su tutto il mondo dell’apicoltura, facilmente reperibili online!

Vi cito direttamente l’articolo di Ansa:

Dalle indicazioni della Banca Dati Apistica relativi al censimento novembre-dicembre 2018, aggiornati al 1 marzo 2019, emerge che sono 55.877 gli apicoltori in Italia di cui 36.206 produce per autoconsumo (65%) e 19.671 sono apicoltori con partita iva che producono per il mercato (35%). Gli apicoltori italiani detengono in totale 1.273.663 alveari e 216.996 sciami. Il 78% degli alveari totali (984.422), sono gestiti da apicoltori commerciali che allevano le api per professione.

 

PERCHE’ SIAMO IN MINORANZA?

Molto probabilmente siamo noi stesse donne a non sentirci in grado di poter svolgere questo hobby o lavoro. Anche se non ha alcun valore scientifico, per mia personale esperienza non appena parlo con altre donne di questa mia passione sono due le domande più frequenti che mi vengono rivolte:

  • ma non hai paura che ti pungano?
  • E se hai da spostare dei pesi, chi ti aiuta?

Ho ritrovato alcune di queste concezioni in numerosi studi portati avanti in alcune regioni dell’Africa e dell’Asia, dove si è usata l’apicoltura come mezzo per cercare di risolvere i forti conflitti di genere. Si parla di zone dove la donna vede il suo ruolo ancora fortemente limitato ai meri compiti domestici e dove le costruzioni sociali non le permettono di esprimersi liberamente. Vi linko qua il mio articolo precedente, dedicato a “La figura femminile nella storia dell’apicoltura”, nel caso voleste approfondire.

In queste aree una donna non pratica apicoltura perché pensa che non sia adatta a lei: non la pratica affatto, non è una scelta, è un lavoro da uomini. Negli anni sono stati numerosi i progetti di sviluppo portati avanti da organizzazioni non governative di tutto il mondo per cambiare questa situazione.

Gli studi che ho preso in considerazione sono stati attuati in Kenya [3] e Uganda [4]. I comuni denominatori di entrambi sono:

  • mancanza di tempo per le donne da dedicare agli alveari, al netto degli impegni femminili quali la cura della casa e dei figli, il reperimento del cibo e così via;
  • la paura delle punture;
  • utilizzo di strumentazione obsoleta e/o il continuare a raccogliere il miele depredando i nidi sugli alberi;
  • totale mancanza o scarsa educazione in tema apistico.
<em>Il maggiore dell'esercito americano Bobbie Mayes (a destra) consegna ad una donna afgana la strumentazione dopo un corso di apicoltura durato due giorni nella provincia di Kapisa, Afghanistan, il 6/01/2011.</em>
Il maggiore dell’esercito americano Bobbie Mayes (a destra) consegna ad una donna afgana la strumentazione dopo un corso di apicoltura durato due giorni nella provincia di Kapisa, Afghanistan, il 6/01/2011.

Mi soffermo in particolare sul caso dell’Uganda: le donne sono abituate a lavorare dalle 16 alle 18 ore al giorno e ciò rende già abbastanza difficile trovare del tempo da dedicare alla cura dell’apiario. A questo si aggiunge anche la natura dell’ape tipica di questa parte dell’Africa: chiamata dagli entomologi Apis Mellifera Scutellata, è una varietà molto aggressiva che non permette di applicare i normali metodi di ispezione dell’apiario. Le ore migliori per la gestione di quest’ape sono all’alba ed al tramonto, che coincidono con i momenti più impegnati delle donne ugandesi.

Come può quindi l’apicoltura migliorare le condizioni di genere in questi paesi? Cerco di riassumervi quanto letto:

  • si introducono varietà più docili di api, in modo da facilitare le visite in apiario;
  • si investe sulla creazione di gruppi ed associazioni di donne apicoltrici, che hanno lo scopo di dare mutuo aiuto alle persone che ne fanno parte;
  • si promuove l’apicoltura come un’attività redditizia che permette alle donne di poter aumentare o differenziare il reddito e così prendere parte ad alcune delle decisioni familiari più importanti, come mandare i propri figli a scuola e dar loro un futuro migliore;
  • si promuove la vendita dei prodotti apistici e la loro trasformazione in ulteriori manufatti (candele, saponi etc…) che possono essere a loro volta venduti e creare altro reddito;
  • si investe nella formazione e nell’aggiornamento delle donne, in modo da dar loro le conoscenze e le competenze utili al mantenere attiva questa fonte reddito.

Durante la ricerca per la stesura di questo articolo mi sono imbattuta in African People & Wildlife e Bees for Development, due ONG che da molti anni portano avanti progetti di sviluppo locale basati sull’introduzione dell’apicoltura.

 

L’APIARIO NON E’ UN POSTO DA DONNE

No, non è una mia affermazione! E’ il titolo di un articolo pescato sull’Ontario Bee Journal [5], rivista apistica della regione dell’Ontario, in Canada. Devo ammettere di aver avuto un sussulto quando l’ho letto ed ho voluto subito approfondire.
Questa frase è stata indirizzata a Kelly Rogers a metà degli anni ’80, colei che poi nel 2016 ha scritto questo articolo. Oggi gestisce ben 700 alveari in collaborazione con suo marito. Non male, direi!

Kelly Rogers si è anche sentita dire che, essendo donna, era fisicamente incapace di praticare questa attività e che si sarebbe potuta danneggiare il grembo, cosa che non le avrebbe permesso di avere figli. Ne ha avuti tre ed è riuscita a crescerli lavorando a tempo pieno al suo apiario.
In questo stesso articolo si racconta anche di Carmenie Stemmler, appassionatasi alle api quando aveva 10 anni: al giorno d’oggi ha circa un migliario di famiglie e si impegna costantemente nella formazione delle nuove leve di entrambi i sessi.

<em>Kelly Rogers, di Chatsworth Honey. </em>
Kelly Rogers, di Chatsworth Honey.

Ho trovato molto interessante anche l’articolo “Women in Beekeeping” di Michele Colopy pubblicato in Bee Culture: The magazine of American Beekeeping. Michele ha sottoposto un questionario a 12 donne apicoltrici sparse per tutti gli Stati Uniti, principalmente focalizzato sulle questioni di genere e sulle sfide future. Queste persone sono state selezionate in quanto, oltre ad avere molti anni di esperienza (una media generale di 18 anni di lavoro sul campo) ed un numero di colonie molto alto (una media di 94 arnie a testa), sono state da sempre impegnate attivamente nel “lato pubblico” dell’apicoltura, tenendo corsi di formazione, facendo tutoraggio, divulgazione, organizzando programmi educativi nelle scuole e così via. Alcune di loro sono state presidentesse di associazioni locali, ad esempio.

Si parla di come il mondo dell’associazionismo di settore americano sia in parte ancora un po’ chiuso nei confronti delle donne: molte vengono coinvolte soltanto per svolgere attività come la segreteria, oppure per compiti ausiliari quali l’elaborazione di ricette per “balsami, saponi e la cucina“. Molte posizioni apicali non sono aperte alle donne, in quanto riservate solo agli uomini.

Tra le altre cose, c’è una sezione particolare di questa intervista che mi ha colpito particolarmente, ed è quella dedicata all’American Honey Queen Program della American Beekeeping Federation.

 

APICOLTRICE/REGINETTA DI BELLEZZA?

Non proprio, anche se è la prima cosa che mi è venuta in mente appena sono venuta a conoscenza di questo programma.

Quando una donna viene eletta Honey Queen o Honey Princess, a seconda dell’età, da una commissione dell’American Beekeeping Federation, diventa “il volto dell’apicoltura“. Durante il suo anno in carica il compito della Honey Queen/Princess è quello di promuovere il miele ed educare il pubblico sui suoi vari usi, sull’importanza dell’impollinazione, sui problemi che l’industria apistica affronta ogni giorno, su come si lavora in apiario etc etc. Viene invitata nelle scuole, alle fiere, nei negozi per fare promozione, nelle dimostrazioni di cucina e in una qualsiasi altra occasione la sua figura possa essere richiesta.

<em>A sinistra la Honey Queen Alyssa Fine dalla Pennsylvannia e a destra la Honey Princess Danielle Dale dal Wisconsin. Sono state in carica per tutto il 2012.</em>
A sinistra la Honey Queen Alyssa Fine dalla Pennsylvannia e a destra la Honey Princess Danielle Dale dal Wisconsin. Sono state in carica per tutto il 2012.

Come si può capire è una figura pubblica che rappresenta questo mondo e che, in qualche modo, ne fa anche le veci… E’ come se fosse la PR delle api! Allo stesso tempo, essendo una posizione aperta a sole donne, rappresenta anche questa categoria.

Ma c’è una cosa che mi è saltata all’occhio, forse perché ho visto troppa televisione (e forse anche perché l’ho letto nell’articolo, ma è stata sicuramente colpa della tv!). Per avere conferma sono andata a cercare il regolamento [6] a cui la Honey Queen/Princess deve sottostare durante tutto il suo mandato, specialmente durante le manifestazioni pubbliche.

Ho scovato la sezione relativa al dress code, dove si elencano tutte le cose che le è concesso indossare e non. Si parla anche di make-up, acconciatura, scarpe e gioielli. Vi riassumo per dovere di sintesi le cose che sono assolutamente vietate:

  1. pantaloni, a meno che non sia estremamente freddo;
  2. scarpe che mostrano le dita dei piedi;
  3. trucco troppo marcato, si preferisce al naturale perché rimanderebbe al fatto che il miele è naturale (?!?!);
  4. stivali, a meno che non ci sia una tormenta di neve;
  5. t-shirt, a meno che non si partecipi ad un evento informale in cui ci si potrebbe sporcare (tipo le visite guidate in apiario).

Molte delle donne intervistate da Michele Colopy, nonostante abbiano riconosciuto l’importanza di una figura come la Honey Queen/Princess, hanno sottolineato come alcuni di questi dettami possano essere un po’ datati rispetto alla realtà attuale. Alcune di loro affermano che questo compito possa e debba essere svolto non soltanto da una donna ma anche da un uomo, in quanto le attività di divulgazione pubblica sono estrememante importanti per la sensibilizzazione della popolazione verso un certo tema. Maggiore è la corretta informazione in viaggio, maggiore è la consapevolezza della popolazione.

UNA MEDAGLIA HA SEMPRE DUE FACCE

Durante la mia ricerca ho compreso, o meglio, confermato quanto già supponevo: bisogna stare attenti ai pregiudizi. Sì, perché è molto facile cadere dentro queste trappole.

Rusty Burlew di Honey Bee Suite ha condotto una ricerca attraverso il suo sito dove si chiedeva una semplice domanda:

Chi è migliore in apicoltura?
1. Uomini
2. Donne
3. Non so
Argomenta la tua risposta.

Al questionario hanno partecipato ben 500 persone, sia uomini che donne. E’ qui che, come è logico che sia, si comprende che la medaglia ha sempre due facce. Il pregiudizio è quasi sempre a doppio senso: non soltanto gli uomini pensano determinate cose della loro controparte femminile, accade anche il contrario.

Ho estratto alcune risposte elencate nell’articolo di Honey Bee Suite ed ho cercato di trovare il corrispettivo contro-pregiudizio.

Le donne uccidono le api perché impiegano troppo tempo nell’ispezione. Gli uomini uccidono le api perché sono goffi.
Se presti un attrezzo a una donna, non lo vedrai mai più. Gli uomini usano gli strumenti come se fossero armi.
Le donne non sono pratiche. Gli uomini sono troppo pratici.
Una donna perde tempo a piangere su un’ape mezza morta ed ignora il resto. Gli uomini possono schiacciare qualche ape senza diventare troppo attaccati sentimentalmente ad ognuna di loro.
Le donne sono più interessate agli accessori di moda riguardanti le api. Gli uomini parlano sempre di fai da te.
Le donne sono spaventate dagli insetti in generale. Alcuni uomini devono rispettare la loro immagine da macho, si fanno pungere 20 volte e poi provano a fingere che non faccia male.
Le donne sono più aperte ad accogliere nuove idee. Gli uomini hanno opinioni più aggressive sul modo giusto o sbagliato di fare le cose e un’ossessione con il fare tanti soldi.

Voglio dare una menzione speciale a due persone: una affermava che le donne non sanno tenere acceso un affumicatore, l’altra  raccontava che suo marito aveva dato fuoco alla loro auto con l’affumicatore!

Tornando seri, dubito fortemente che ognuna delle frasi contenute nelle rispettive caselle sia un dato di fatto, anziché un pregiudizio.

 

CHI E’ DAVVERO MIGLIORE IN APICOLTURA?

E’ sempre migliore la persona preparata, che sa svolgere bene il suo compito.
E’ quella che ha studiato, che ha letto, che ha partecipato a corsi, che ha chiesto aiuto nel momento del bisogno a chi ha maggiori conoscenze.
E’ persona che non si arrende davanti ad una difficoltà e che impara dai propri sbagli.

Questa persona può essere sia un uomo che una donna e non credo che nessuno dei due sia migliore dell’altro perché XX sa fare meglio questa cosa rispetto ad XY e viceversa.
Credo fortemente che ognuno infonda il proprio carattere, i punti di forza e le debolezze nelle attività che svolge, e ciò accade anche nell’apicoltura.

Molte delle donne intervistate sopra lavorano in apiario insieme al proprio compagno/a; non è affatto inusuale anche la situazione contraria, anzi, moltissime aziende apistiche si appoggiano alla famiglia. In questi casi traspare la grandissima collaborazione tra i due soggetti: alcuni compiti vengono svolti assieme, altri sono di specifica spettanza di una persona piuttosto che di un’altra perché più capace a svolgerlo o è di maggiore gradimento.

Guardando alla mia esperienza personale, posso vedere come gran parte delle affermazioni raccolte da Rusty siano soltanto pregiudizi: non rispecchiano la persona che sono, né quella che è Luca. Siamo due soggetti che collaborano assieme per il raggiungimento di uno scopo comune, alcuni compiti li affrontiamo assieme, altri no ed è uno di noi a dedicarvisi grazie a competenze, conoscenze e/o attitudini proprie.

silvia e luca di vitamina bee 2

Voglio concludere questo articolo con un video tratto da un film del 1977 intitolato “Berlinguer ti voglio bene” del compianto Bertolucci, con un giovane Roberto Benigni. Vi chiedo perdono in anticipo per qualche volgarità presente qua e là, ma la domanda posta all’inizio del dibattito culturale ha molto a che vedere con quella che dà il titolo a questo articolo.

 

LA VOSTRA OPINIONE CONTA!

Mi piacerebbe molto raccogliere le vostre opinioni e le esperienze! Sulla base di quanto fatto dal sito Honey Bee Suite, ho creato un brevissimo questionario:

Questionario

Sarebbe bello poter dare un seguito a questa serie di articoli con una raccolta dei vostri commenti!

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A presto!

Silvia


Fonti:
[1] Demographics of the European Apicultural Industry
[2] 3° Rapporto nazionale sull’imprenditoria femminile
[3] Beekeeping for Women Empowerment Case of Commercial Insect Programme in Kitui County
[4] GENDER ISSUES IN BEEKEEPING THE UGANDA CASE
[5] THE BEEYARD AIN’T NO PLACE FOR A WOMAN
[6] Acmerican Honey queen Program guidelines
[7] Relazione coi media della Camera di Commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi
Crediti fotografici:
Honey Queen: By Cristian Opazo – Own work, CC BY-SA 3.0
Donna afgana: English: Spc. Kristina Gupton, U.S. Army [Public domain], via Wikimedia Commons
Kelly Rogers: PHOTO BY LEVI BRUCE

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