L’alveare scontento, ovvero i furfanti resi onesti – Bernard De Mandeville

La nascita di un'ape nera (apis mellifera mellifera)

The Grumbling Hive, or Knaves Turn’d Honest (L’alveare scontento, ovvero i furfanti resi onesti) è un poemetto satirico scritto dall’olandese Bernard De Mandeville nel 1705.

Ovviamente si parla di api (anche se in maniera allegorica), ma la parte interessante di questa storia è legata a ciò che avvenne dopo la pubblicazione di questo poemetto.

Vediamo prima di che cosa parla:

Si racconta di un alveare, l’alveare più prolifico mai visto. Gli insetti che lo popolavano vivevano come noi, e compivano, in piccolo, tutte le nostre azioni.

Adulate in pace, e temute in guerra, le api prosperavano.

Badate bene però, questo non significa che fossero esenti da problemi.

All’interno infatti, così come vi erano onesti lavoratori “condannati alla falce e alla vanga“, potevamo trovare anche truffatori, parassiti, ladri, falsari, e così via… Ma anche preti impostori, politici corrotti, soldati che fuggivano dalle battaglie, insomma, ci siamo capiti.

Il lettore così inizia ben presto a comprendere che questa favola sulle api è in realtà una satira politica che descrive con spiacevole dovizia di particolari tutto ciò che era il crimine e la corruzione nell’Inghilterra dell’epoca.

Il lusso però, ci racconta De Mandeville, dava lavoro ad un milione di poveri, e l’orgoglio ad un altro milione. Perfino l’invidia e la vanità servivano all’industria. I vizi erano diventati la ruota che faceva muovere il commercio.

Nonostante ogni settore fosse contaminato dai vizi, per l’intera massa era un paradiso.

Immagine d’epoca de “L’alveare scontento”.

A questo punto però la storia prende una piega inaspettata.

Le api iniziano a lamentarsi: “Come mai ci sono così tanti malfattori? Perché non possiamo semplicemente essere oneste? Come mai è così difficile sbarazzarsi dei criminali che vivono in mezzo a noi?

Quando Giove sentì tutte queste lamentele da degli esseri a cui aveva donato così tanto, s’infuriò e decise di punire le api ingrate. E come le punì?

Semplicemente diede loro ciò che chiedevano. Ogni ape venne trasformata in un insetto onesto.

E i risultati furono devastanti.

La scomparsa dei vizi determinò una forte decadenza materiale. Tutti i membri della polizia, tutti gli avvocati, tutti i giudici persero da un giorno all’altro il loro lavoro (dato che non c’erano più criminali).

Gli operai che si occupavano di costruire le prigioni non ebbero ormai più nulla da fare.

I medici incompetenti confessarono ai loro pazienti che in realtà non avevano davvero idea di come curarli (affermazione assolutamente realistica anche per i medici considerati “competenti”; siamo pur sempre in una storia ambientata nel diciottesimo secolo), quindi smettono di praticare la professione medica.

Le api facoltose non volevano più sfoggiare le loro ricchezze nei confronti degli alveari vicini, per cui niente più lavoro per i fabbri, i pittori, i falegnami, niente più lavoro per gli scultori, insomma, per la prosperità dell’alveare fu la fine .

Tutte le arti ed i mestieri finirono per essere trascurati.

La rovina dell’industria fece loro ammirare quanto offriva il paese, e non cercarono (né desiderarono) nulla di più.

La storia si conclude con molte api che se ne vanno, ritirandosi a vita frugale. Le poche che rimasero si accontentarono di sopravvivere all’interno di una modesta cavità in un albero.

Ma la morale della favola è stampata in realtà nella prima pagina del suo libro:

private vices, public benefits

ovvero

vizi privati, pubblici benefici

Il cattivo comportamento di alcuni individui, POTREBBE portare alla più grande prosperità per la collettività.

Coloro che lottano per un mondo virtuoso non fanno altro che renderlo povero

Questo era ciò su cui voleva far riflettere De Mandeville, i peccati di cui fingiamo di vergognarci, potrebbero essere indispensabili per gettare le basi di una società fiorente.

Secondo De Mandeville, ogni società umana ha bisogno di un certo grado di devianza, di illegalità e di crimine per far sì che gli ingranaggi siano ben oliati. Che ci piaccia o meno.

Il poema fu inizialmente considerato come un’apologia al crimine, che inneggiava a comportamenti immorali. Ma questo non era ciò che intendeva De Mandeville.

Sentendosi ampiamente frainteso, decise di pubblicare il libro “La favola delle api“, per difendersi dai detrattori ma soprattutto esporre in maniera chiara (e con numerosi esempi) ciò che realmente intendeva.

<em>Testo successivo alla pubblicazione de "L'alveare scontento".</em>
Testo successivo alla pubblicazione de “L’alveare scontento”.

Dal poemetto originale (che ammontava a solo 13 pagine), finì con lo scrivere un libro di centinaia di pagine per sostenere che nessuna società umana può prosperare senza un certo grado di comportamenti indesiderati.

In realtà il poema, riletto nel contesto successivo alla pubblicazione di altre opere di De Mandeville, ci lascia capire che l’interpretazione non fosse poi così semplice e scontata.

La posizione di De Mandeville non difendeva a spada tratta una sorta di teoria degli “equilibri spontanei” fra il bene e il male.

Questo bilanciamento fra vizi privati e pubblici benefici per De Mandeville richiedeva infatti l’intervento di un sapiente intervento politico per avere successo.

Alla fine del suo saggio precisa infatti:

“i vizi privati, attraverso la corretta amministrazione di un abile politico, possono diventare pubblici benefici”.

Quindi non esclude affatto l’intervento dell’uomo nella ricerca di questo bilanciamento, al contrario dichiara che è necessario.

La sua non era una difesa del vizio, ma un attacco nei confronti di coloro che sostenevano fosse possibile realizzare una società allo stesso tempo onesta e frugale ma anche prospera e commerciale.

Sosteneva che chiunque affermasse questo fosse ipocrita, oppure semplicemente non conoscesse le meccaniche della società.

O ci si tiene la società prospera, commerciale e con quel tanto inevitabile di disonestà e di vizi privati, oppure la si moralizza, ma in questo caso si avrà una società povera e austera.

La prima edizione della Favola delle api fu pubblicata nel 1714, ma continua ad essere un testo interessante anche ai giorni nostri.

Edizione completa contenente sia L’alveare scontento che le successive pubblicazioni in merito.

Il libro attualmente contiene sia il poemetto di cui vi ho parlato che i successivi saggi scritti da De Mandeville, ed è reperibile col titolo “La favola delle api ovvero, vizi privati pubblici benefici. Con un saggio sulla carità e le scuole di carità e un’indagine sulla natura della società“.

In fondo all’articolo trovate come sempre le fonti ed il link di affiliazione Amazon nel caso in cui il libro vi avesse incuriosito e voleste allo stesso tempo (e senza alcuna spesa aggiuntiva) supportare il nostro lavoro sul blog.

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A presto!

Luca.


Fonti:
Libro: La favola delle api ovvero, vizi privati pubblici benefici. Con un saggio sulla carità e le scuole di carità e un’indagine sulla natura della società – Bernard De Mandeville – Link per l’acquisto su Amazon
Dr. Bart Van Heerikhuizen – Professore alla facoltà di Sociologia Classica e Moderna – Università di Amsterdam (Video)
Giovanni Damele – Professore alla Facoltà di Scienze sociali – Università Nova di Lisbona (Articolo)
Immagini:
The Grumbling Hive: https://mandevillesbees.weebly.com/the-fable-of-the-bees.html
The fable of bees: By Unknown – http://thehundredbooks.com/Fable_of_the_Bees.htm, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=69974350
La Favola delle api: La Feltrinelli
Bernard de Mandeville: Di sconosciuto – Babelio, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71756589

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