Le api nella foresta di Arnot

Leggendo alcuni articoli in merito alle api resistenti all’acaro varroa, mi sono imbattuto in uno studio effettuato da Thomas D. Seeley, professore di biologia alla Cornell University, nonché autore di alcuni libri inerenti al mondo dell’apicoltura.

La ricerca del 2007, durata 3 anni, è stata effettuata all’interno della riserva di Arnot, situata nello stato di New York, con lo scopo di monitorare l’incidenza dell’acaro varroa all’interno di alveari di api selvatiche.

Le api all’interno di questa riserva, pur essendo infestate dalla varroa, riescono a sopravvivere poiché l’acaro non raggiunge livelli critici tali da compromettere la sopravvivenza delle api. Vediamo come:

Durante qualsiasi corso di apicoltura, ci viene insegnato che se una colonia di api non riceve trattamenti per tenere sotto controllo l’infestazione di varroa, si va incontro inevitabilmente ad un collasso dell’intero alveare.

Alcuni di questi trattamenti in alcuni casi si sono rivelati controproducenti, in quanto non facevano altro che uccidere parte della varroa, lasciando in vita gli acari più resistenti e quindi anche più aggressivi nei confronti delle api.

Quando un apicoltore evita di far morire i propri alveari di fatto impedisce alla natura di effettuare la propria selezione (in natura le api più resistenti o le famiglie che coesistono con varroa poco virulenta sopravvivono, mentre le altre periscono contribuendo indirettamente all’evoluzione della specie).

Un’altra pratica che favorisce l’espansione della varroa per le api domestiche, è la “trasmissione orizzontale” dell’acaro. Vediamo di cosa si tratta:

Sappiamo che in natura le api posizionano il loro nido a circa 800 metri di distanza da altri nidi, mentre in apicoltura, per comodità dell’apicoltore, si tende ad accorpare le arnie posizionandole una accanto all’altra.

Questo favorisce il fenomeno della deriva (il rientro delle api in un alveare che non è il loro, portando con sé varroa e a volte anche altri patogeni) ed il saccheggio (l’attacco degli alveari deboli, e quindi spesso infestati da varroa molto virulenta, da parte degli alveari forti, specialmente in periodi di scarsa importazione di nettare).

La trasmissione dell’acaro fra famiglie di api non correlate fra loro, favorisce la selezione di acari più virulenti e quindi anche più aggressivi nei confronti delle api.

Trasmissione verticale:

Quando l’acaro viene trasmesso fra api appartenenti alla stessa famiglia su due o più generazioni attraverso la sciamatura, si sviluppa una sorta di coesistenza fra acaro e famiglia ospite, ed in questo caso si parla di trasmissione verticale.  La trasmissione verticale è migliore rispetto a quella orizzontale perché l’acaro che si diffonde è solamente quello che viene portato all’esterno da api che hanno forza sufficiente per sciamare.

Se l’acaro è troppo aggressivo e le api non hanno la forza di sciamare, queste api collassano e con loro anche gli acari che sono stati troppo aggressivi (selezione naturale).

 

arnot
Mappa della foresta di Arnot con la localizzazione degli alveari studiati.

La ricerca nella foresta di Arnot fu effettuata ispezionando ogni anno a maggio, giugno ed ottobre la presenza di api negli alveari individuati.

Ci si chiedeva se le api presenti in quella zona fossero più resistenti all’acaro varroa rispetto ad altre, così furono prelevate delle api e vennero messe a confronto con altre api domestiche di razza carnica; entrambe le famiglie vennero inoculate con lo stesso numero di acari e vennero rilevati i livelli di infestazione a distanza di tempo.

Dall’esperimento emerse che entrambe le colonie erano infestate in egual misura, facendo dedurre che le api della foresta di Arnot non sono sostanzialmente più resistenti alla varroa rispetto alle api domestiche, ma che in quella determinata area (così come in altre zone incontaminate o riserve) si è sviluppato un equilibrio che permette sia alle api che all’acaro di sopravvivere senza che l’una o l’altra specie prendano il sopravvento.

Purtroppo di riserve e zone incontaminate ce ne sono sempre meno, per cui sarebbe auspicabile che una ricerca come questa ci induca a riflettere e a fare un passo indietro riguardo certe scelte scriteriate che abbiamo fatto e che stiamo ancora facendo.

Sarebbe opportuno fermarci un attimo a pensare a cosa stiamo facendo per conservare il nostro pianeta, perché oltre a nemici naturali come la varroa (che comunque è stata diffusa dall’uomo con l’importazione di api straniere) sicuramente l’inquinamento ed i cambiamenti climatici sono ulteriori fattori che vanno ad indebolire le “nostre” api domestiche e a sconvolgere un equilibrio che sarebbe invece meglio preservare.

apett
Quest’ape vanitosa ci teneva a farsi ritrarre per essere presente sul mio blog.

 

Condividi l'articolo:

5 Replies to “Le api nella foresta di Arnot

      1. grazie! Anche tu te la cavi, appena trovo un po’ di tempo vorrei visitare per bene il tuo blog. Con la LCCCA speriamo ora di non deludere le aspettative (che mi pare siano altissime, viste le risposte di questi giorni).

        1. Purtroppo per via del lavoro che faccio attualmente non riuscirei a partecipare ad una caccia, ma seguo e seguirò con molto interesse il vostro progetto. Sarebbe davvero importante arrivare ad avere un censimento delle colonie selvatiche in giro per lo stivale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *