Vola come una farfalla, pungi come un’ape.

Come citazione ed omaggio al campione di pugilato Muhammad Ali, venuto a mancare poco più di un anno fa, ho deciso di fare un articolo riprendendo lo slogan che lo portò alla ribalta “vola come una farfalla, pungi come un’ape“.

Siccome questo blog parla di api e di apicoltura, parlerò di come punge un’ape, del suo pungiglione e del veleno che riesce a scuotere così tanto il nostro organismo quando incappiamo nell’ira (raramente immotivata) delle api.

Stavolta però voglio andare oltre chiedendomi: ma a quale velocità vola un’ape? E quanto può essere veloce il pugno di un pugile professionista? Insomma il pungi come un’ape di Ali ha davvero senso in ambito pugilistico?

Ora penserete certamente che io sia matto, comunque in fondo all’articolo potrete trovare la risposta che sono riuscito a darmi.

Per prima cosa, non tutti sanno che solamente le api di sesso femminile (ovvero le operaie e la regina) sono provviste di pungiglione. I fuchi (cioè i maschi) non hanno quindi il pungiglione e di conseguenza sono totalmente inermi.

Mentre la regina utilizza il pungiglione solo ed esclusivamente per trafiggere altre api regine ed assicurarsi la supremazia all’interno dell’alveare, nemmeno le operaie giovani possono pungerci durante i primi giorni di vita (neppure se molestate), poiché devono ancora terminare lo sviluppo dell’apparato velenifero.

Ingrandendo il pungiglione al microscopio elettronico, si è scoperto che questo strumento di difesa è formato da 3 parti: uno stiletto e due lancette.

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Ingrandimento del pungiglione al microscopio elettronico (foto tratta dal libro Le Api di A. Contessi).

In sostanza lo stiletto trafigge la vittima, mentre le due lancette dal profilo seghettato scorrono in maniera alternata in modo da far penetrare il pungiglione sempre più in profondità. Le tre parti che formano il pungiglione sono agganciate fra loro, e grazie ad una sorta di “rotaie” compiono questo movimento senza sganciarsi.

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Dettaglio dei denti seghettati delle lancette, indicati dalle frecce si possono notare i canali dai quali sgorga il veleno (foto tratta dal libro Le Api di A. Contessi).

La conformazione del pungiglione ci fa capire come mai l’ape muoia quando punge l’uomo. Il pungiglione si conficca talmente in profondità che quando l’ape cerca di staccarsi dalla vittima, facendo leva con le zampe, finisce col lacerare gli ultimi segmenti addominali, lasciando sul malcapitato parte delle viscere oltre alle ghiandole del veleno, che continuano a pompare la sostanza nella vittima.

Per questa ragione, una cosa intelligente da fare è rimuovere il prima possibile il pungiglione raschiandolo via (con un coltellino o una carta di credito, ad esempio). Togliendo il pungiglione con le dita rischiamo infatti di strizzare la sacca del veleno e quindi di iniettarci la dose completa, esperienza sicuramente da evitare.

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Ecco un’ape che nel tentativo di allontanarsi dopo aver punto la vittima, si lacera la parte terminale dell’addome andando incontro, di lì a poco, a morte certa.

Assieme al veleno, viene emesso anche un feromone d’allarme (isopentil acetato) che mette in allerta le api nelle vicinanze e le richiama sull’obiettivo. Per i più duri di comprendonio, questo significa “altre punture in arrivo”.

È proprio in questi casi che avere a portata di mano l’affumicatore può semplificarci la vita; soffiando un po’ di fumo nella zona in cui si è stati punti maschera l’odore del feromone e ci permette di continuare a lavorare senza farci massacrare.

Gli effetti della puntura possono essere più o meno gravi in base alla persona, ma è bene tenere conto che chi è allergico, se punto da anche una sola ape, va incontro a reazioni gravi, che possono arrivare allo shock anafilattico, a seguito del quale è indispensabile intervenire tempestivamente con cortisone ed adrenalina, ricorrendo poi al ricovero ospedaliero quanto prima.

Per chi non è allergico invece, occorrono molte punture per poter mettere a repentaglio la sopravvivenza (sebbene siano piuttosto dolorose). È stato stimato infatti che per un uomo di 70 kg occorrerebbero circa 1400 punture (circa 10 punture ogni 500 grammi di peso). Insomma non poche.

Ma il veleno d’ape ha anche una sua utilità in ambito medico, viene infatti raccolto per la realizzazione di farmaci anticoagulanti. Oltre a questo, dagli anni ’50 ad oggi gli sviluppi sull’utilizzo di questo veleno in campo medico (soprattutto nei paesi dell’Europa dell’Est) hanno fatto davvero passi da gigante. Di recente in Italia è stata costituita l’Associazione Italiana Apiterapia che ha lo scopo di mettere in contatto apicoltori, medici e pazienti per divulgare i vantaggi dell’utilizzo dei prodotti dell’alveare non solo in ambito alimentare, ma anche in ambito medico.

Ma ora veniamo al dilemma principale…

È PIU’ VELOCE UN’APE O UN PUGILE?

Cercando informazioni su internet in merito al mio dubbio, ho trovato una discussione su Reddit nella quale un utente, conoscendo la lunghezza delle braccia di Ali ed il numero di fotogrammi del video è riuscito a calcolare una media della velocità con cui riusciva a colpire il nostro Muhammad nelle sue combinazioni più veloci.

Ebbene è risultato che la velocità massima di un pugno di Ali si attestava fra le 13 e le 15 miglia orarie, vale a dire fra i 21 e 24 Km/h circa.

Vi sembra poco? Guardate il video:

Quindi un pugno di Ali si può considerare più veloce o più lento di un’ape?

Facendo una media fra le varie fonti che ho trovato (in alcuni libri si parla di una velocità massima di 20 Km/h, mentre in altri di parla anche di 26 Km/h), il risultato che ho ottenuto è di 23 Km/h, quindi un bel pareggio in un ipotetico (mitologico) scontro fra Ali e le api.

In conclusione quindi, se anche voi, come me, non riuscite a schivare un’ape quando cerca di pungervi, mi spiace dirvelo ma contro Muhammad Ali avreste avuto veramente pochissime chance.

A presto!

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