Api africanizzate: Diversi approcci = diversi risultati

Siamo ora all’articolo conclusivo della serie, nel quale vedremo come i vari paesi si sono organizzati per contrastare l’arrivo delle tanto temute api africanizzate, in apparenza un vero e proprio flagello come abbiamo visto nell’articolo precedente.

Se hai perso gli altri articoli li trovi a questi link:

Ne abbiamo parlato anche in questo video, clicca qui sotto per vederlo!

 

NEGLI STATI UNITI
<em>Ape africanizzata (a sinistra) ed ape europea (a destra) messe a confronto. Foto di Scott Bauer (USDA)</em>
Ape africanizzata (a sinistra) ed ape europea (a destra) messe a confronto. Foto di Scott Bauer (USDA)

Negli Stati Uniti in realtà le api africanizzate erano già state importate ben prima della loro “naturale” diffusione.

Già, perché purtroppo alcuni apicoltori quando sentono parlare di regine che promettono buone produzioni di miele sarebbero in grado di farsele spedire dai quattro angoli del mondo.

Comunque sia le api africanizzate ci arrivarono (non sappiamo se in maniera più o meno volontaria), precisamente a Lost Hills, in California (stiamo parlando del 1985).

Il ritrovamento è avvenuto in maniera piuttosto curiosa:

Un operaio di una compagnia petrolifera durante il lavoro si è imbattuto prima in una volpe apparentemente punta a morte da delle api, poi ha visto coi suoi occhi un coniglio attaccato e punto a morte da delle api che fuoriuscivano dalla tana di una volpe (presumibilmente quella ritrovata morta).

Fortunatamente l’operaio durante tutto questo si trovava all’interno della cabina del suo mezzo e non è stato punto (nonostante le api avessero cercato di attaccarlo).

L’operaio ha poi rovesciato della terra sopra al nido ed ha riferito dell’accaduto all’Ufficio Sanità Animale che ha provveduto ad esaminare le api.

Dalle analisi è emerso che si trattava di un mix fra api africanizzate, europee ed ibride.

Il nido fu poi dissotterrato e vennero rinvenute delle vecchie celle reali aperte, un segno  che molto probabilmente lascia pensare che la famiglia abbia sciamato. Ulteriori controlli determinarono inoltre che la famiglia si trovava lì da almeno un anno, forse due.

Si presume che tale sciame fosse arrivato attraverso il trasporto di un serbatoio di petrolio o di equipaggiamenti per l’estrazione del petrolio dal Venezuela.

Data la gravità di questo ritrovamento, venne messo in atto un programma di quarantena dal costo di oltre 1 milione di dollari:

Sotto la direzione di un’apposita task force, vennero bloccate e messe in quarantena oltre 22.000 colonie di api in un’area di 3000 km quadrati. Di queste 22.000 colonie vennero individuate e distrutte 12 colonie.

Il racconto di questo incidente serve a farci capire quanto sia complesso rimuovere le api africanizzate da un territorio una volta che già sono arrivate.

La soluzione più sensata sembrò quindi quella di fermare l’avanzamento delle api africanizzate PRIMA del loro arrivo.

 

IN MESSICO – LA BEE REGULATED ZONE

Per Bee regulated Zone si intende un accordo stipulato fra il governo messicano e quello statunitense per fermare l’avanzata delle api africanizzate.

Durante il dibattito emersero numerose idee, alcune delle quali a dir poco sconcertanti. Fra quelle (fortunatamente) scartate possiamo citare:

  •  La costruzione di un alto muro di fiamme alimentato a gas lungo il canale di Panama.
  • La detonazione di armi nucleari tattiche per la creazione di una vasta cintura radioattiva in mezzo alla giungla.
  • L’irrorazione a cadenza settimanale di malatione (un pesticida altamente tossico per le api e altri insetti) in una sorta di “corridoio” situato ipoteticamente in Centro America.

Alla fine il piano fu quello di istituire una Bee regulated zone, ovvero l’installazione di una barriera biologica per fermare l’avanzamento delle api africanizzate.

Per intenderci, la zona da coprire si trovava nell’Istmo di Tehuantepec fra il Golfo del Messico e l’Oceano Pacifico: una zona lunga 225 km e larga 170.

Le risorse messe a disposizione consistevano in 39.000 colonie di api, 16.000 trappole per fuchi,  141.000 cassette per catturare gli sciami, 1150 lavoratori, 220 veicoli per un costo totale di circa 8 milioni di dollari.

Istmo di Tehuanpetec, area in cui si è pensato di istituire la Bee Regulated Zone.

Il piano era strutturato in questo modo:

  • Quarantena: Il trasporto delle api al di fuori della zona era proibito, per impedire importazioni di api africanizzate (volontarie ed involontarie).
  • Distruzione di sciami e colonie di api: le casse lasciate sul posto e che dovevano funzionare quindi da “cattura sciami” andavano controllate ogni 1-2 settimane, e gli sciami al suo interno andavano distrutti. Si parlava inoltre di offrire una ricompensa a chiunque riportasse informazioni sulla posizione di sciami o famiglie di api africanizzate.
  • Mantenimento di colonie con api europee: a tutte le arnie presenti nell’area di interesse venivano fornite delle griglie escludiregina, cioè delle griglie realizzate con una misura tale da non permettere alle regine africanizzate di entrare e prendere possesso delle colonie. Inoltre tutte le api europee dovevano essere marchiate e sostituite regolarmente.
  • Saturazione dei fuchi: Le colonie di api europee venivano rifornite di favi addizionali costruiti con le cellette per i fuchi (il maschio dell’ape), per incoraggiare la saturazione della zona con fuchi figli di api europee e non africanizzate.
  • Educazione: Allestimento di postazioni dimostrative nelle quali istruire gli apicoltori, in modo da mostrare loro la natura di questi insetti, e scoraggiare quindi gli operatori nell’introdurre api africanizzate sul territorio.

Il dibattito fu molto acceso fra l’USDA (il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti), la stampa ed alcuni scienziati.

Questo allungò di molto le tempistiche per la messa in atto del piano, al punto che, mentre ancora si discuteva, le api africanizzate avevano già da tempo oltrepassato la cosiddetta Bee Regulated Zone.

Rispetto al piano iniziale la zona venne allestita solamente in due regioni ed in ritardo, tanto che le api africanizzate vennero rinvenute sempre più a nord, finché non divenne palese che l’avanzamento non poteva essere fermato (al modico costo di 6,3 milioni di dollari).

Dato che non esistono predatori o pesticidi selettivi solo per le api africanizzate, fu persino proposto di distruggere TUTTE le api presenti in america latina per poi ripopolare la zona interamente con api europee.

Ovviamente anche questa folle proposta venne scartata.

In sostanza questo progetto non solo non riuscì a fermare le api africanizzate ma non le rallentò nemmeno.

Non tutti i mali vengono per nuocere però, questa esperienza fu comunque un ottimo banco di prova durante il quale raccogliere informazioni utili per il futuro.

In tempi più recenti (nel 1990), quando le api africanizzate sono arrivate a Hidalgo (Texas), il sindaco ha curiosamente deciso di celebrare il loro arrivo battezzando la città “Capitale mondiale delle api killer“, trasformando l’accaduto in una sorta di attrazione turistica (con un’ampia vendita di gadget).

Ah, quasi dimenticavo, hanno anche stanziato 20.000 dollari per realizzare questa statua:

<em>Ecco la statua in questione dedicata alle api africanizzate.</em>
Ecco la statua in questione dedicata alle api africanizzate.

 

IN CANADA

L’apicoltura canadese è piuttosto peculiare.

Ai tempi infatti circa la metà delle api operaie e delle regine venivano importate dal Sud America.

Questo avviene perché il clima canadese spinge gli apicoltori a trarre il massimo profitto durante il breve periodo delle fioriture (che dura spesso solo qualche settimana).

Potremmo dire che i flussi di nettare che i fiori offrono in Canada quindi sono tanto brevi quanto intensi.

Nel 1970 i canadesi iniziarono a capire che questo sistema sarebbe stato minacciato dall’arrivo delle api africanizzate, quindi decisero di organizzarsi e rendersi autosufficienti per quanto concerneva l’allevamento di api operaie e regine.

Iniziarono a sondare il terreno per comprendere cosa era possibile fare in termini di invernamento (ovvero le pratiche apistiche grazie alle quali si mettono le api nelle condizioni di sopravvivere all’inverno).

<em>Un modo per aiutare le api a superare l'inverno in climi freddi è quello di applicare del materiale isolante. Foto tratta dal blog Brookfield Farm Bees &amp; Honey.</em>
Un modo per aiutare le api a superare l’inverno in climi freddi è quello di applicare del materiale isolante. Foto tratta dal blog Brookfield Farm Bees & Honey.

Non si fermarono a questo e cercarono di capire cosa era possibile fare per allevare api regine e pacchi d’ape (cioè delle scatole contenenti api operaie che vengono utilizzate per fornire forza lavoro a famiglie uscite un po’ malridotte alla fine dell’inverno).

Il primo passo in questo programma fu quello di mettere a punto delle tecniche funzionali per riuscire ad invernare le api in un clima così rigido come quello Canadese.

Si ricorse quindi all’utilizzo di materiale isolante da applicare alle arnie per aiutare le api a mantenere la temperatura interna dell’alveare, e in alcuni casi ad invernarle addirittura in strutture apposite a temperatura controllata.

La sorpresa per i canadesi fu che oltre a funzionare, queste tecniche risultavano economicamente molto più convenienti rispetto all’acquistare le api ogni anno. Nonostante i lavori aggiuntivi per l’invernamento, alla fine dell’anno il reddito medio per arnia risultava più alto rispetto a quando si acquistavano i pacchi d’ape.

Anche se in misura minore, i pacchi d’ape potevano comunque servire, per cui gli scienziati del Council of British Columbia studiarono un modo per produrre pacchi d’ape nel sudovest della Columbia Britannica (dove il clima risultava un po’ meno freddo) pronti da vendere in Aprile, proprio quando gli apicoltori canadesi situati più a nord ne avevano bisogno.

Con meno di un dollaro di supplementi in zucchero e polline somministrati al momento giusto, ogni colonia veniva stimolata alla produzione di un numero sufficiente di api operaie per creare pacchi d’ape (e fornire un ulteriore reddito di circa 10-20 dollari all’anno).

Questi sono esempi lampanti di come un problema così grande come quello delle api africanizzate possa essere “sfruttato” per creare delle opportunità, se si è disposti a mettersi in discussione.

Nel 1987 il Canada chiuse i suoi confini a tutte le importazioni di api dagli Stati Uniti, diventando di fatto autosufficiente per quanto concerneva le produzioni apistiche. Oggi il Canada importa solo una piccola parte di regine dall’Australia e dalla Nuova Zelanda.

 

CONCLUSIONI

Trovo che sia importante conoscere queste storie, perché ci ricordano a cosa andiamo incontro quando decidiamo di importare regine o ibridi da altre zone d’Italia o dall’estero.

Nonostante il mondo dell’apicoltura abbia avuto più volte la prova che queste importazioni non portano a nulla di buono, purtroppo si tratta di una pratica sempre in voga fra alcuni apicoltori.

Si crede che importare ed introdurre nell’ambiente api provenienti da altri habitat, possa riuscire in qualche modo a far ottenere performance produttive migliori rispetto alle api naturalmente presenti in quel luogo.

Purtroppo il mondo degli apicoltori è ancora molto lontano dal trovare un punto di accordo su questi temi, ma speriamo che il futuro ci riservi qualche sorpresa positiva. Essere ottimisti non guasta!

Termina quindi con questo articolo la serie dedicata alle “api killer”, ma se dovessero saltare fuori altre curiosità interessanti farò qualche aggiunta.

Insomma, come nel migliore dei film dell’orrore…

…To be continued!

 

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A presto!

Luca.


Fonti:
Killer bees – The Africanized Honey Bee in the Americas – Mark L. Winston

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