L’impatto delle api africanizzate sugli apicoltori

Abbiamo già visto in che cosa sono (QUI) e come si comportano  (QUI) le api africanizzate, è venuto ora il momento di parlare dell’effetto che queste api hanno avuto sugli apicoltori sia commerciali che hobbisti.

L’istinto difensivo delle api africanizzate ha determinato nelle zone di diffusione cambiamenti estremamente radicali nel modo di fare apicoltura.

LE CONSEGUENZE IN BRASILE:

Grafico dell’impatto che le api africanizzate hanno avuto sulla produzione del miele in Brasile nell’arco di 7 anni.

In Brasile ad esempio la produzione annuale di miele fra il 1964 ed il 1971 ha subito un calo di ben 3.000 tonnellate (da 8.000 a 5.000).

Tale calo non era dovuto ad una bassa produzione delle api africanizzate (che invece come abbiamo visto sono particolarmente performanti rispetto all’ape europea in climi tropicali) bensì ad un abbandono degli alveari da parte degli apicoltori, i quali esasperati non se la sentivano più di lavorare con api così aggressive e complesse da gestire.

Negli stessi anni i report ci raccontano infatti che il 90% degli apicoltori nello stato di Santa Catarina avevano abbandonato l’attività.

Warwick Kerr stesso, lo scienzato responsabile dell’introduzione di quest’ape nell’ambiente, raccomandava l’isolamento delle postazioni in cui posizionare le api: lontano da insediamenti abitativi, allevamenti e coltivazioni agricole. Raccomandava inoltre l’utilizzo di strumenti di protezione appropriati ogni qualvolta ci si apprestava a lavorare con api africanizzate.

Nonostante oggi la situazione si sia stabilizzata in Brasile, principalmente attraverso la selezione e l’ibridazione con api più “gentili”, resta il fatto che le pratiche apistiche hanno dovuto subire un forte cambiamento.

LE CONSEGUENZE IN VENEZUELA:

Grafico dell’impatto che le api africanizzate hanno avuto sulla produzione del miele in Venezuela nell’arco di 5 anni.

 

In Venezuela invece la produzione da 1.300 tonnellate è crollata a 78 tonnellate fra il 1976 ed il 1981.

Risultati così drastici sono da imputare anche in questo caso all’abbandono dell’attività da parte dei principali apicoltori commerciali. Da 18 grandi produttori infatti ne rimasero solamente due, i quali hanno comunque dovuto ridurre le colonie gestite di oltre la metà. Per quanto riguarda invece gli hobbisti sappiamo che meno del 10% ha continuato l’attività.

Prima dell’arrivo delle api africanizzate, (giunte con un viaggio di oltre 2000 km attraverso il bacino Amazzonico) l’apicoltura in Venezuela era un’attività fiorente ed in crescita.

LE CONSEGUENZE A PANAMA:

A Panama le cose non erano molto differenti, il numero di apicoltori si è dimezzato e la produzione di miele ha subito un calo dell’81%. Un settore in forte crescita che esportava miele in altri paesi si è trovato improvvisamente a non averne a sufficienza per il consumo domestico.

In America Centrale sono state organizzate vere e proprie squadre (BEE SWAT) composte da apicoltori addestrati, pompieri, ed altri pubblici ufficiali che ogni sera avevano il compito di localizzare e distruggere le colonie situate in posizioni a rischio per la popolazione.

PRECAUZIONI NECESSARIE:

In questa foto possiamo vedere come vengono disposti gli alveari (ben distanziati ed ognuno sul suo singolo supporto). I piedi del supporto appoggiano in dei barattoli contenenti gasolio per impedire a formiche e termiti di raggiungere l’alveare ed infastidire le api.

In particolare gli apicoltori che hanno proseguito con l’attività si sono dovuti adattare, adottando particolari accorgimenti, fra cui:

SCELTA DELLA POSTAZIONE:

  • Gli alveari vanno posti in zone isolate/remote, almeno a 2-300 metri da strade, case, e campi coltivati, possibilmente protetti da una fitta vegetazione.
  • Le postazioni devono ospitare non più di 25 alveari, in contrasto con l’abitudine degli apicoltori di collocare 50-100 alveari per ogni postazione.
  • Gli alveari vanno separati l’uno dall’altro (ognuno con un suo supporto dedicato) ad una distanza di almeno 2-3 metri.

ATTREZZATURE NECESSARIE:

  • Adozione di una tuta a prova di ape, guanti di pelle spessi, e stivali alti. Sotto alla tuta due strati di vestiti spessi per impedire ai pungiglioni di arrivare alla pelle. Non proprio una pacchia, considerando che gli apicoltori dovevano quindi lavorare sotto al sole con 3 strati di indumenti in un clima tropicale!
  • Acquisto di un affumicatore sufficientemente grande per far fronte al costante utilizzo.
  •  Casse attirasciami da posizionare in zona per attenuare le perdite dovute alle frequenti sciamature.
  • Autoiniettore di epinefrina pronto all’uso in caso di punture massicce.

GESTIONE APISTICA:

  • Lavorare in coppia (una persona addetta esclusivamente all’uso dell’affumicatore).
  • Limitare le visite allo stretto indispensabile.
  • Posizionare alla base del supporto degli alveari dei barattoli con gasolio per impedire a formiche e termiti di creare fastidio agli alveari (poiché abbandonerebbero il nido).

Tutti questi accorgimenti hanno avuto un costo, e spesso è stato troppo alto.

Mi riferisco in particolare agli apicoltori delle zone più povere che, non possedendo le conoscenze necessarie (e nemmeno le attrezzature), hanno dovuto abbandonare l’apicoltura. Purtroppo alcuni di loro sono andati incontro alla morte semplicemente facendo il proprio lavoro.

Nei vari paesi ci sono state risposte diverse alla migrazione di queste api; alcuni attendevano l’arrivo delle api africanizzate pensando di essere preparati, andando però incontro ad amare sorprese.

Altri invece, attraverso il dialogo ed il confronto con chi già aveva visto gli effetti dell’arrivo di quest’ape, sono riusciti a superare difficoltà apparentemente insormontabili.

Trovo sia interessante analizzare il modo in cui è stato possibile tenere sotto controllo l’inarrestabile diffusione delle api africanizzate, perché nonostante si tratti di storia passata il problema può essere riletto in chiave molto più attuale, anzi attualissima.

Ma di tutto questo parlerò nel prossimo articolo, a conclusione di questa serie dedicata alle api africanizzate!

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A presto!

Luca.

 

Fonti:
Killer bees – The Africanized Honey Bee in the Americas – Mark L. Winston

 

 

 

 

 

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