Api africanizzate, il comportamento

Come seguito all’articolo sulle api africanizzate, ho deciso di approfondire l’etologia di queste api, ovvero i tratti comportamentali che le contraddistinguono dall’ape europea.

Iniziamo dalla sciamatura.

Una delle cause della rapidissima diffusione di queste api in America centro-meridionale, va ricercata nelle modalità con cui queste api sciamano.

Se pensiamo che la sciamatura per loro avviene mediamente ogni 50-60 giorni, nell’arco di tutta la stagione alcune colonie possono sciamare addirittura tre o quattro volte!

Ma c’è di più. Ognuno di questi 4 sciami può dare origine a sua volta ad altri tre sciami secondari ad ogni sciamatura.

In questo modo una colonia-tipo è in grado di produrre all’incirca 12 sciami a stagione. Se mettiamo assieme tutte queste informazioni, possiamo predire che una colonia di api africanizzate può dare origine a ben 64 sciami!

Nell’immagine è possibile osservare la rapida diffusione dell’ape africanizzata negli stati uniti (dal 1990 al 2003) – Wikipedia.

Bisogna tenere conto però che circa la metà di questi sciami muore, oppure abbandona il nido entro 7 mesi. E in ogni caso è piuttosto difficile che in natura una colonia di api africanizzate riesca a sopravvivere per più di un anno.

Nonostante questo, sottraendo i dati relativi alle mortalità ai dati sulla propagazione di quest’ape, risulta una sorprendente crescita della popolazione (pari a sedici volte per ogni singola stagione).

Un altro comportamento peculiare delle api africanizzate è legato ad un fenomeno chiamato absconding.

Per absconding si intende il totale abbandono del nido da parte della colonia. Se infatti durante la sciamatura la colonia si divide più o meno a metà (la regina vecchia abbandona il nido per far spazio quella nuova), nell’absconding nessuna ape rimane all’interno del nido, e tutta la colonia si stabilisce altrove.

Gli apicoltori che (volenti o nolenti) si trovano a dover lavorare con queste api, vanno incontro quindi ad una perdita media di circa il 30% delle colonie a causa di questo fenomeno, ma in alcuni sfortunati casi le perdite sono state totali (100%).

Le cause attribuite a questo comportamento sono sostanzialmente due:

  • Abbandono indotto da disturbo (principalmente predatori)
  • Abbandono indotto dalla stagione (più tipicamente dalla scarsità di risorse come nettare e polline)

La cosa che ho trovato sbalorditiva di questo comportamento è che quando la colonia abbandona il nido, può viaggiare per 160 km prima di costruirne uno nuovo. Durante questa fase le api si fermano solo occasionalmente per bottinare lo stretto necessario, fin quando non riescono a trovare una zona con abbondanti fioriture.

Già questi comportamenti basterebbero a spiegare come mai le api africanizzate siano riuscite nel giro di breve tempo a diffondersi a macchia d’olio in America, dalla loro prima introduzione in Brasile nel 1956.

Se per le nostre api l’abbandono del nido in caso di disturbo finirebbe col rivelarsi una tecnica a dir poco fallimentare, in zona tropicale invece, dove i predatori sono molto più numerosi e persistenti, l’abbandono del nido rappresenta una strategia vincente.

Questa strategia diventa dannosa nel momento in cui le api vengono inserite in ambienti in cui i suoi predatori naturali non ci sono e non riescono quindi a tenere sotto controllo il forte tasso di espansione.

Abbiamo già parlato della potenziale pericolosità di queste api nel precedente articolo, ma è importante ricordare che questo “set” di comportamenti ha permesso alle api africanizzate di disporre di un’ampio arsenale per difendersi e sopravvivere.

Milioni di anni di evoluzione, uniti alla frequente predazione da parte dei cacciatori di miele (pratica piuttosto comune in Africa) hanno fatto sì che le api africanizzate non facessero grandi distinzioni fra predatori ed apicoltori. Questo scatena una forte risposta difensiva da parte delle api operaie non appena qualche malcapitato si avvicina al nido.

A conferma di ciò che sostengo in molti dei miei articoli, possiamo notare che, anche in questo caso, l’ape più adatta al territorio è l’ape che vive e si è evoluta in quel territorio. Mi spiego meglio.

Oltre che per la spiccata indole difensiva, le api africanizzate vantano una reputazione di ottime produttrici di miele in ambienti tropicali. Questa capacità deriva dalla loro abilità di raccogliere più miele rispetto alle api europee in condizioni di flussi nettariferi frammentati e piuttosto poveri, situazione tipica in ambienti tropicali.

Le api africanizzate in condizioni così ostiche riescono non solo a mantenere le proprie scorte, ma anche ad immagazzinare del miele. In situazioni come queste le api europee perderebbero scorte andando incontro alla morte per fame.

Quando però ci sono fioriture abbondanti caratterizzate da grandi quantità di nettare (come nel clima temperato), le api europee si dimostrano molto più organizzate nella raccolta, riuscendo a mobilitare un gran numero di api bottinatrici nel giro di pochissimo tempo. Il risultato di tutto questo è la raccolta di una quantità grandemente superiore di miele rispetto alle api africanizzate.

Queste arnie contenevano api europee, ma con l’espansione delle api africanizzate gli apicoltori si sono ritrovati a dover lavorare loro malgrado con queste api. In molti hanno preferito abbandonare gli apiari, non sapendo come intervenire.

Va inoltre menzionato che l’introduzione di queste api in America Latina ha sortito altri effetti indesiderati. È emerso ad esempio che queste api entrano in forte competizione con gli altri impollinatori del luogo.

David Roubik, ricercatore dello Smithsonian Institute, ha fornito prove del fatto che la competizione creatasi con le api africanizzate diminuisce l’abbondanza degli impollinatori nativi.

Dopo aver censito periodicamente, per 13 anni, gli impollinatori presenti in un ettaro di terra ricco di una particolare fioritura (in periodi in cui altrove c’era scarsità di cibo), ha rilevato i seguenti dati:

  • Nei primi anni due specie di api native senza pungiglione visitavano l’area in questione.
  • Nel 1977, circa due anni dopo l’arrivo delle api africanizzate, queste rappresentavano il 7% degli impollinatori osservati nella zona.
  • Nel 1982, le api africanizzate rappresentavano il 75% degli impollinatori osservati.
  • Nel 1989, le api africanizzate hanno preso il sopravvento, raggiungendo quota 90%

Ovviamente in questo senso l’invasione delle api africanizzate (dal 7 al 90%) si è compiuta a spese delle api native.

Purtroppo per comprendere appieno le conseguenze di questi cambi così drastici occorrono molti anni (ben più di 10).

Se prendiamo ad esempio gli alberi più longevi che dominano le foreste, sappiamo che le fluttuazioni dei successi riproduttivi dovuti al cambio della popolazione degli impollinatori impiegano decenni o a volte anche secoli per essere rilevate.

Insomma, potrebbe passare ancora molto tempo prima che si sia in grado di comprendere appieno l’impatto che le api africanizzate hanno avuto e stanno avendo sull’ecosistema.

Ciò nonostante, l’apicoltura in Brasile, grazie al lavoro di Warkick Kerr riesce a prosperare, ma le procedure di gestione degli alveari sono dovute cambiare radicalmente rispetto a come si faceva un tempo.

Per ora mi fermo qui, nei prossimi articoli dedicati alle api africanizzate ci saranno approfondimenti sull’impatto che hanno avuto sulla società e sugli apicoltori, e di come alcuni governi abbiano tentato di contenere o addirittura di risolvere la situazione.

Ci saranno riusciti?

Lo vedremo nel prossimo articolo!

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A presto!

Luca.

 

Fonti:
Killer bees – The Africanized Honey Bee in the Americas – Mark L. Winston

 

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